sabato 18 gennaio 2014

La mattina presto. Perché?

Stamattina mi sono svegliata bianca e viola. Da due giorni ho una specie di influenza che si compone di mal di gola, sinusite (prima o poi, in vita mia, riuscirò a dire “sinusite” senza pensare a Sir Biss di Robin Hood?) tosse, labirintite. Per quanto si tratti di semplici sintomi influenzali, non è nella mia natura rassegnarmi a stare a letto con l’endovena di actifed che mi sarebbe dovuta, il che significa che pass ugualmente le mie giornate fuori casa a lamentarmi di queste cosette come se fossi una malata terminale di tubercolosi. Se poi sia delirio di onnipotenza o semplice desiderio di rompere i coglioni è un dettaglio che vi lascio liberi di interpretare. Comunque. Ieri sera, intorno alle dieci e quaranta, avevo programmato di andare a letto poco prima di mezzanotte perché stamattina avrei dovuto svegliarmi alle 7, e con l’influenza sarebbe stato piu’ tragico del solito, e così facendo avevo anche calcolato i tempi per fare colazione con calma, vestirmi decentemente per andare a lezione (sì, io il sabato mattina ho lezione di tedesco. Per piu’ di tre ore. No, non c’era un altro corso, pensate che sia imbecille?) e tante altre belle cose che mi piace immaginare prima di andare a dormire. E invece, come sempre quando programmo tutto ciò, ho fatto le tre. Fin qui niente di nuovo, tutti conosciamo il fenomeno della “fascia oraria delle Bermude” trattato da Zerocalcare.
Ora, il fatto è che quando mi sveglio in ritardo (= sempre) divento praticamente cieca o se va bene daltonica, e comincio a vestirmi totalmente a caso. E no, non mi guardo neanche allo specchio prima di uscire. Per cui sono uscita occhialuta, con i capelli da strega dell’Ovest, e stranamente con tre cose viola addosso. Prima della lezione avevo appuntamento con l’idraulico al mio appartamento di S. Lorenzo, quello che sto cercando di affittare da mesi (certo, qui non è il posto adatto per la pubblicità, ma cmq sono 40 metri quadri, riscaldamento autonomo, a due passi dall’università, balcone… daje, è un messaggio subliminale perfetto). L’avevamo chiamato io e il mio vicino di casa, essenzialmente perché ho i funghi sul soffitto del bagno, e questa non è una cosa molto normale. Credevo ci fosse una perdita, e avevo pensato che una fauna di batteri da penicillina in una foresta di case dei Puffi accanto alla doccia non avrebbe aiutato il mio lato di agente immobiliare. Da qui la visita alle 8,30. Insomma, dopo cinque minuti di toccatine al soffitto l’idraulico mi dice che non c’è nessuna perdita, che è solo un effetto dell’umidità  che si condensa lì. Gli chiedo perché mai dovrebbe succedere una cosa del genere, e mi risponde che è normale in bagni che non hanno il controsoffitto e non hanno finestre. In realtà il mio la finestra ce l’ha, glielo faccio notare.
<Certo, ma quando fai la doccia la tieni chiusa.>
Grazie al cazzo. <Ma quindi non c’è un modo di evitare questa colonia batterica?>
<Ma si che c’è. Fai la doccia con la finestra aperta.>
Gli chiedo se sta cercando di prendermi in giro.
<Ma no, è la verità.>
Chiamo il mio vicino di casa e gli spiego la faccenda. Mi chiede se sto cercando di prenderlo in giro.
In tutto questo, sono ancora le nove di mattina. Alle nove e mezzo arrivo al Goethe Institut, dove lascio le mie cose in aula e corro in bagno a bere un litro d’acqua. A questo punto, per la prima volta dalle due ore in cui sono sveglia, mi faccio lo scrupolo di guardarmi allo specchio. Il risultato è che ho la faccia totalmente cadaverica e ho abbinato i vestiti alle occhiaie. Grazie a Dio il mio insegnante viene da un paese in cui si mettono i calzini con i sandali.
A lezione facciamo Novalis, non si sa perché. Noto che, dopo tre anni di germanistica, “Heinrich von Ofterdingen” continua a sembrarmi un trip da funghetti allucinogeni. A questo punto mi viene in mente l’insegnante che ci aveva spiegato il romanticismo due anni fa, che arrivata a E.T.A. Hoffmann si era sentita in dovere di fare un approfondimento sulle droghe piu’ usate da Ornella Vanoni. Ok, questo spiega perché ancora non capisca Novalis.
Alla fine della lezione torno a casa per circa due secondi. Mia madre mi chiede come è finita con l’idraulico e la perdita. Le spiego della condensa etc etc. Mi chiede se sto cercando di prenderla in giro.

       


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