martedì 19 maggio 2015

Filosofia del bullismo

C’è un episodio che mi capita di raccontare ogni tanto quando voglio spiegare quanto ero brutta da ragazzina. Avevo tredici anni e stavo tornando a casa dal mare in bicicletta, all’ora di pranzo, sotto un sole cocente, ed ero su una delle strade principali del lido. Dovevo girare a sinistra, ma mi fermai a un incrocio perché alla mia destra stava arrivando un risciò con quattro ragazzi che parlavano a voce molto alta. I ragazzi in questione mi videro e cominciarono a fare commenti sgradevoli sul mio conto. Brutta, grassa, scorfano, mostro, solite cose. Non era la prima volta che mi capitava, non mi sarei sorpresa se la cosa non fosse andata avanti. Girai per casa mia e loro mi seguirono gridando le stesse cose. Accelerai, accelerarono anche loro. Continuarono a venirmi dietro ripetendo la parola “scorfano” fino alla strada privata dove si trovava la casa che avevo in affitto, a quel punto furono costretti a lasciarmi in pace. Mi rimane il dubbio di cosa sarebbe successo se mi avessero presa. Forse la stessa cosa che accadde anni dopo intorno alle quattro di notte sul lungomare, quando mi trovai al centro di un gruppo di ragazzi e ragazze con il loro capobanda che spiegava come, quando si va a letto con una come me, è necessario fare una X sul culo per distinguerlo dalla faccia. La cosa durò un po’. 
Il bullismo è un fenomeno difficile da descrivere, e ancora più difficile da circoscrivere. E’ di quei fenomeni dai confini molto labili, un campo molto vasto che può comprendere tutto e niente. Un po’ come la depressione o i disordini alimentari: si può sempre liquidare la faccenda dicendo che la persona è solo un po’ triste, o che non riesce a controllare la fame. Poi magari l’essere un po’ triste significa non riuscire ad alzarsi dal letto per giorni, e non controllare la fame significa cucinarsi 250g di carbonara alle 2 del mattino anche se ci si è ingozzati di latte e plum cake fino a mezzanotte: alla fine tutto questo non descrive un confine. E’ difficile diagnosticare la depressione, così come la bulimia, così come distinguere il bullismo da un problema di socializzazione. Un bambino litiga con i compagni perché lo prendono sempre in giro, oppure è perseguitato da due o tre bulli che lo prendono in giro: trova le differenze. 
Ci sono, naturalmente, dei parametri. Caratteristiche del bullismo sono in primis l’intenzionalità, la persistenza nel tempo e l’asimmetria di relazione. Personalmente ritengo fondamentale quest’ultimo elemento, che definisce l’impossibilità della vittima di replicare o reagire sullo stesso piano del suo persecutore. Tuttavia si tratta di parametri restrittivi, poiché generalmente si riferiscono a una situazione scolastica, ovvero un ambiente in cui i comportamenti negativi tendono a riguardare sempre gli stessi soggetti e sono, appunto, osservabili nel tempo. Esistono tuttavia episodi di bullismo occasionale, che avvengono in contesti diversi e possono essere ridotti molto facilmente a incomprensioni aggressive. Un insieme di episodi del genere, tuttavia, danneggia la vittima in ogni caso: che cambi il bullo non ha importanza, finché i contenuti sono gli stessi.
Riconoscere un episodio di bullismo è considerato spesso un problema degli insegnanti o dei genitori. Si suppone che i bambini e i ragazzi che ne sono vittime siano consapevoli della situazione e che, semplicemente, non abbiano il coraggio di parlarne. Perché manchi il coraggio, poi, è facile spiegarselo: la vittima ha paura che le cose peggiorino ancora, oppure crede di meritarsi tutto ciò, o magari si è ormai abituata ad occupare quel ruolo all’interno del gruppo classe. In realtà, credo che diagnosticare il bullismo sia molto più difficile per le vittime che non per un osservatore esterno. La scelta di una vittima non è mai casuale: la vittima migliore non è una persona visibilmente debole, bensì una che può dar ragione, in cuor suo, al carnefice. Il bullismo è, a ben guardare, un’educazione all’odio per se stessi, e questo lo rende la chiave del successo lavorativo e sociale: l’elevato tasso di suicidi dovuti al fenomeno indica perfettamente come l’aggressività della vittima spesso si rivolga più verso se stessa che non verso il carnefice. Il persecutore raggiunge i suoi scopi, o il suo successo, lasciando che il suo antagonista si annienti da solo. Non c’è niente di più geniale, e niente di più conveniente, di questo meccanismo: nessuno può farci male quanto noi stessi. 
Le conseguenze a lungo termine degli episodi del bullismo, anche nel momento in cui la dinamica viene interrotta, si ripercuotono sulla vittima quotidianamente, e hanno radici appunto nell’odio di sé a cui essa si è assuefatta. La vittima crede ciecamente al bullo, non importa quante conferme possa ricevere dall’esterno che questi si sbagliava. 
Le ragazze vittime di bullismo vengono generalmente attaccate con pretesti che si riferiscono al loro aspetto fisico o alla sfera sessuale. Di conseguenza è molto comune che una ragazza criticata per via del peso, per esempio, reagisca innanzitutto cambiando il proprio aspetto dimagrendo e sviluppando molto spesso un disordine alimentare (perché il cambiamento dev’essere rapido, la situazione deve risolversi subito!). Colpisce che ragazze come Avril Lavigne, Demi Lovato e Miley Cyrus (sì, lo so che se avessi scelto Jim Morrison avrei ricevuto più approvazione...), che è abbastanza difficile definire brutte, abbiano subito bullismo alle superiori o addirittura dalle scuole elementari. In generale, vengono identificati alcuni difetti che devono assolutamente essere eliminati, dando a intendere che per essere accettati sia necessario apparire e comportarsi secondo un codice. E’ sempre una sorpresa, difatti, quando le richieste continuano ad aumentare: per qualche ragione che non ci si spiega, nessun cambiamento basta mai. A questo punto le radici dell’odio contro se stessi sono alimentate al punto giusto, e la vittima diventa consapevole della sua totale inadeguatezza di fronte al mondo. Non resta che farla finita.
Ci vuole molto tempo per capire per quale motivo non basta dimagrire o rifarsi il naso per venire accettati dai ragazzi che ti inseguivano per metterti con le spalle al muro. E il motivo è così semplice che fa venire voglia di spaccare la faccia a loro invece che a se stessi: non c’era proprio niente che non andasse prima del cambiamento. Le persone, purtroppo e per fortuna, sono come sono e non nascono inadeguate. La vittima del bullismo non è più debole del suo persecutore, e a distinguerla dagli altri non è che la risposta che dà alla provocazione: credendo a ciò che le viene detto, presto o tardi comincerà a dire semplicemente che “è vero, io sono così, ma tu smettila”. Dove la risposta giusta è: “non è vero”. 

Apportare un cambiamento radicale al proprio modo di essere, che esso coinvolga aspetto fisico, atteggiamenti o modo di pensare non ha importanza, significa vivere nella consapevolezza che un giorno il velo di Maya cadrà e lascerà il posto alla palla di lardo che meritava gli insulti di una cinquantina di persone (sì, alla fine spesso non sono più di così. Non è poi tanto rispetto alla popolazione mondiale, no?). Per superare anni di violenza verbale e fisica di questo genere è necessario, paradossalmente, ridare dignità proprio alle debolezze che sono state attaccate. Perché è sempre con se stessi che bisogna fare i conti: non si può vivere serenamente senza realizzare che andavamo bene anche prima di perdere dieci chili, prima di diventare più aggressivi, prima di tingerci i capelli, prima di comprare un coltello per difenderci, prima di cominciare a studiare di più. Una persona, purtroppo o per fortuna, è molto più di questo. 

sabato 19 aprile 2014

Farmacia a gestione familiare.


Una cosa che descrive perfettamente la mentalità delle donne è il seguente processo mentale: sono grassa, sono infelice perché sono grassa, siccome sono infelice mangio.
Una cosa che invece rappresenta l’idiozia della razza umana è il modo di scegliere la Pasqua. E’ una roba che ha che fare con le lune, tipo “domenica dopo il primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera”. Nel senso, o è così o l’ho presa da The Blair Witch Project. Ora, realizzato questo diventa relativamente facile capire perché a Roma a Pasqua piove. Io ho scoperto questa cosa all’ultimo anno di liceo, e devo dire che sono rimasta abbastanza contenta di sapere che si trattava di una faccenda scientificamente provata e non il risultato di diciott’anni di sfiga. A questo punto mi sono chiesta 1) perché nessuno me l’ha mai detto? 2) perché cazzo continuiamo a programmarci le gite per Pasqua quando si sa che piove? No, davvero, anni e anni di progetti andati a monte. Sai la gente che si prende gli smart-box per Ischia in quel periodo. Tutto inutile. Ecco a che serve studiare geografia astronomica (diciamocelo, il resto non vi servirà).
Una cosa che invece descrive la mia sfiga è che il mio dito medio ha raggiunto delle dimensioni impressionanti a causa di un’infezione che non si sa bene che origine abbia. Questo ha dato origine al seguente dialogo col farmacista:
“Mi dà l’aureomicina?”
“Non si trova.”
“Cioè?”
“Non si trova.”
Prendo atto del fatto che avrò bisogno di tanto autocontrollo. “Nel senso che l’ha persa?”
“Nel senso che ci sono dei problemi.”
Tra i problemi che mi vengono in mente ci sono: 1) due persone stanno scopando nel ripostiglio e lui non può andarci perché si sente in colpa; 2) l’aureomicina è in realtà anche utilizzabile come candito per colombe e dunque di venerdì santo ce n’è penuria; 3) un medicinale con sessant’anni di successi alle spalle è stato radiato per colpa di qualche evasore fiscale.
Siccome siamo in Italia, scelgo la terza. “Problemi legali?” chiedo.
“Eh già.”
“Bene. Allora cosa posso prendere per questo?” E ovviamente, nel dir ciò lo mando a fanculo.
Lui rimane perplesso. Poi dà prova di non essere un imbecille e guarda il dito. “Gentamicina.” dice. Molto bene.
Il farmacista non lo sa, ma quando ero piccola ho scritto un tema sulla mia famiglia in cui ho descritto una situazione tipo: “a casa non c’è mai cibo. In compenso l’armadietto delle medicine è sempre pieno.” L’innocenza di una bambina di otto anni che per poco non ha mandato al gabbio i suoi genitori per spaccio. Non vengo da una casa in cui una malattia si cura con una pomata: col cavolo. E comunque, a casa due ore di “ma ti pare che hanno radiato l’aureomicina! Io i farmacisti li odio! Lo sai che ai miei pazienti è già difficile far prendere gli psico-farmaci, e loro si mettono in mezzo…etc etc etc” non me le leva nessuno.
Dopo due giorni di Gentamicina, il dito si triplica. Mi sento il signor Burns con la ritenzione idrica. Faccio notare la cosa a mia madre, che a questo punto entra in azione: va in farmacia (un’altra) e prende un altro sostituto dell’aureomicina. Tra i componenti non ce n’è uno in comune col farmaco che ho preso per due giorni. Facciamoci due domande. Mi riempio dunque di questo cortisone e prendo una cosa estratta dall’ananas che come “dose d’attacco” ha un dosaggio di quattro volte al dì. Me cojoni. Siccome non basta, entra in azione anche mio padre, che mi riempie di Amoxicilina&AcidoClavulcanico (Augmentin) e mi dice di prendere un anti-infiammatorio. Faccio notare a mio padre che ho già preso quattro medicine. Mio padre mi dice che non fa niente, lui ne prende dieci al giorno. Perfetto.
Come anti-infiammatorio scelgo la tachipirina, di cui ho trovato l’ultima pastiglia per culo. La novalgina è finita. Mio padre mi dice che la tachipirina è troppo leggera, ma ovviamente io l'ho già presa. Mia madre propone un rinforzo con l’aspirina. Certo, dopo il cortisone, l’antibiotico, le pillole all’ananas e la tachipirina, l’aspirina avrà l’effetto fulminante. Praticamente è utile quanto le Alpenliebe.

Mio padre mi dice che l’iniezione di antibiotico si fa sempre piu’ inevitabile. Mia madre mi dice che non mi rendo conto di quanto le punture settimanali di penicillina di quando ero piccola mi abbiano salvato la vita. Io riesco a pensare solo a quanti amici si stanno facendo i miei anticorpi, una scena tipo “esplorando i corpo umano”. Vado a prendere l’ultima pillola all’ananas per questo dì. Buona Pasqua. Domani piove. 

sabato 1 febbraio 2014

Qualcuno a cui dare il Cu…ore

Capiamoci: io non ho (quasi) niente contro l’amore, ci sono un sacco di cose peggiori al mondo (per esempio ritrovarsi “Miele” di Gigi d’Alessio sul pc dopo averlo fatto formattare da quella che credevi una persona normale.) Tuttavia, come tante altre persone ciniche hanno l’occasione di dire ogni anno, non riesco a vedere il senso di dedicare un giorno di febbraio a una cosa del genere, nella stessa misura in cui non vedo il senso di dedicare una giornata a, diciamo, i cani col cappottino. Si tratta di una cosa di cui comunque non tutti possono godere e che viene riconosciuta abbastanza importante da giustificare vetrine piene di oggetti essenzialmente brutti, ma non la chiusura delle scuole, esattamente come agirebbe un’eventuale festa dei cani col cappottino (oddio che immagine orrenda). Alla luce del fatto che se una festa non serve a chiudere le scuole perde di ogni utilità, spero abbiate compreso la mia posizione a riguardo.
Ignorerei il 14 febbraio molto volentieri se non fosse il mio compleanno. Le conseguenze di questa sfortunata fatalità sono, a voler stringere, tre:
1)      Tutti sanno chi è il santo del giorno in cui sei nato, e giustamente quando lo sentono diventano tutti cattolici convinti, così da poter fare la domanda piu’ intelligente del mondo: “E perché non ti hanno chiamato Valentina?”. Io consiglierei a tutte queste persone di dare un’occhiata al calendario dei santi per vedere a cosa corrisponde il loro compleanno: voglio vedere che faccia fate se vi chiedo come mai non vi chiamate Telesforo o Ulla. 
2)      A meno di non assistere a particolari congiunzioni astrali, sulla ventina di amici che senti regolarmente ce ne sarà almeno una metà che a San Valentino piange o si incazza per storie cominciate, proseguite o finite male (una delle tre, o anche tutt’e tre).
3)      L’altra metà, giustamente, non ti caga piu’ di tanto per la ragione opposta.
Un vantaggio, l’unico, è che di certo non si corre il rischio di passare la serata di San Valentino a imitare Bridget Jones che guarda documentari sull’accoppiamento dei leoni, eventualmente con un barile di gelato. Non ho mai passato un San Valentino da sola, questo è certo.
Essendo nata in questo giorno di merda, comunque, ho avuto un sacco di occasioni di esaminare tutte le cose che odio di piu’ tra le romanticherie. E’ venuto fuori che si tratta di:
-          Le scritte sui muri.
-          I soprannomi che si ispirano a “trottolino amoroso”, e quindi
-          LE SCRITTE SUI MURI CON I SOPRANNOMI
-          L’uso di Shakespeare nei baci perugina
-          Le cene a menu’ fisso per coppie. Per carità, mi innamoro anch’io ogni tanto e lo so che si diventa cerebrolesi, per cui immagino che ci possano essere difficoltà a leggere il menu’ normale in alcuni casi limite, ma non mi sembra un buon motivo per promuovere questa tendenza.
-          I peluche a forma di cuore. No, sul serio, su questo potrei scrivere un poema. A parte che è assolutamente vero quello che sostiene la fidanzata di Sheldon Cooper, cioè che la nostra rappresentazione di “cuore” è un simbolo ispirato a un paio di chiappe e sicuramente non al cuore umano, e devo anche aggiungere che oltre tutto non si tratta manco di un bel sedere, ma in ogni caso io considero sensati i peluche esclusivamente se sono a forma di animale o di qualcosa di simpatico. Tra l’altro è comune trovare questi poveri orsi, panda, delfini abbracciati a degli orrendi cuori con su scritto “I love you”, e la gente è così crudele da CUCIRE quell’orrore addosso al peluche originale, cosicché che comunque quel cuore di merda te lo devi tenere. Che poi in camera di una ragazza fa effetto bimba-minchia anche se la padrona della stanza è laureata in legge col massimo dei voti; in camera di un ragazzo, non ci si può far niente, è una cosa gay. Ma anche senza tutte queste riflessioni: i cuori di peluche sono, semplicemente, brutti.
-          LE SCRITTE SUI MURI CON I SOPRANNOMI CIRCONDATI DA CUORI.

Ora, mi si può chiamare pesante, esagerata, e si può ribattere che se succedesse a me di sentirmi chiamare “gattina mia” e di godere del menu’ fisso per coppie di Lilly e il Vagabondo mentre due italo-americani suonano la fisarmonica (strumento molto diffuso a Napoli secondo Walt Disney) la penserei diversamente. Oh, ma perché me la dovete tirare? E’ il mio compleanno, cazzo!

sabato 18 gennaio 2014

La mattina presto. Perché?

Stamattina mi sono svegliata bianca e viola. Da due giorni ho una specie di influenza che si compone di mal di gola, sinusite (prima o poi, in vita mia, riuscirò a dire “sinusite” senza pensare a Sir Biss di Robin Hood?) tosse, labirintite. Per quanto si tratti di semplici sintomi influenzali, non è nella mia natura rassegnarmi a stare a letto con l’endovena di actifed che mi sarebbe dovuta, il che significa che pass ugualmente le mie giornate fuori casa a lamentarmi di queste cosette come se fossi una malata terminale di tubercolosi. Se poi sia delirio di onnipotenza o semplice desiderio di rompere i coglioni è un dettaglio che vi lascio liberi di interpretare. Comunque. Ieri sera, intorno alle dieci e quaranta, avevo programmato di andare a letto poco prima di mezzanotte perché stamattina avrei dovuto svegliarmi alle 7, e con l’influenza sarebbe stato piu’ tragico del solito, e così facendo avevo anche calcolato i tempi per fare colazione con calma, vestirmi decentemente per andare a lezione (sì, io il sabato mattina ho lezione di tedesco. Per piu’ di tre ore. No, non c’era un altro corso, pensate che sia imbecille?) e tante altre belle cose che mi piace immaginare prima di andare a dormire. E invece, come sempre quando programmo tutto ciò, ho fatto le tre. Fin qui niente di nuovo, tutti conosciamo il fenomeno della “fascia oraria delle Bermude” trattato da Zerocalcare.
Ora, il fatto è che quando mi sveglio in ritardo (= sempre) divento praticamente cieca o se va bene daltonica, e comincio a vestirmi totalmente a caso. E no, non mi guardo neanche allo specchio prima di uscire. Per cui sono uscita occhialuta, con i capelli da strega dell’Ovest, e stranamente con tre cose viola addosso. Prima della lezione avevo appuntamento con l’idraulico al mio appartamento di S. Lorenzo, quello che sto cercando di affittare da mesi (certo, qui non è il posto adatto per la pubblicità, ma cmq sono 40 metri quadri, riscaldamento autonomo, a due passi dall’università, balcone… daje, è un messaggio subliminale perfetto). L’avevamo chiamato io e il mio vicino di casa, essenzialmente perché ho i funghi sul soffitto del bagno, e questa non è una cosa molto normale. Credevo ci fosse una perdita, e avevo pensato che una fauna di batteri da penicillina in una foresta di case dei Puffi accanto alla doccia non avrebbe aiutato il mio lato di agente immobiliare. Da qui la visita alle 8,30. Insomma, dopo cinque minuti di toccatine al soffitto l’idraulico mi dice che non c’è nessuna perdita, che è solo un effetto dell’umidità  che si condensa lì. Gli chiedo perché mai dovrebbe succedere una cosa del genere, e mi risponde che è normale in bagni che non hanno il controsoffitto e non hanno finestre. In realtà il mio la finestra ce l’ha, glielo faccio notare.
<Certo, ma quando fai la doccia la tieni chiusa.>
Grazie al cazzo. <Ma quindi non c’è un modo di evitare questa colonia batterica?>
<Ma si che c’è. Fai la doccia con la finestra aperta.>
Gli chiedo se sta cercando di prendermi in giro.
<Ma no, è la verità.>
Chiamo il mio vicino di casa e gli spiego la faccenda. Mi chiede se sto cercando di prenderlo in giro.
In tutto questo, sono ancora le nove di mattina. Alle nove e mezzo arrivo al Goethe Institut, dove lascio le mie cose in aula e corro in bagno a bere un litro d’acqua. A questo punto, per la prima volta dalle due ore in cui sono sveglia, mi faccio lo scrupolo di guardarmi allo specchio. Il risultato è che ho la faccia totalmente cadaverica e ho abbinato i vestiti alle occhiaie. Grazie a Dio il mio insegnante viene da un paese in cui si mettono i calzini con i sandali.
A lezione facciamo Novalis, non si sa perché. Noto che, dopo tre anni di germanistica, “Heinrich von Ofterdingen” continua a sembrarmi un trip da funghetti allucinogeni. A questo punto mi viene in mente l’insegnante che ci aveva spiegato il romanticismo due anni fa, che arrivata a E.T.A. Hoffmann si era sentita in dovere di fare un approfondimento sulle droghe piu’ usate da Ornella Vanoni. Ok, questo spiega perché ancora non capisca Novalis.
Alla fine della lezione torno a casa per circa due secondi. Mia madre mi chiede come è finita con l’idraulico e la perdita. Le spiego della condensa etc etc. Mi chiede se sto cercando di prenderla in giro.

       


venerdì 20 dicembre 2013

Ferrovia

In viaggio per Trieste
Scivolando, correndo sulle linee di ferro,
Mi domando se
quella che vedo tra il grigio
il marrone dei campi
e il verde di pioggia dei prati incolti
è nebbia o fumo
o solo foschia, densa e nemica,
che non ha nomi.

La nebbia è come vento rappreso.
E' condensa.
Il vento è come quelle persone
Che viaggiano sempre
E si aggrappano alle stazioni di servizio,
alle valigie,
ai palmari.

E' doloroso per il vento, d'inverno,
doversi aggrappare agli alberi spogli:
le creature che hanno perso tanto
faticano
a sostenere coloro
che si avvicinano con amore,
come le prime foglie,
o con disperazione.
Scheletri d'alberi, unico appoggio del vento.
Scheletri della primavera.

In viaggio sono libera
Per pochi momenti.
E' la libertà di chi, alla fine dei binari,
immagina qualcuno.

venerdì 20 settembre 2013

Well.. you think to have a lot to say till the moment you have to talk.
Maybe I should introduce this website, my new blog page, say the reason why I'm starting this.. I don't know anything about this page and surely I don't have any idea of the reason why I'm writing at the moment. End of the introduction.

I want to start with a short story.
My mother was 23 when she met my father. They had done the same high-school and the same university, they both studying medicine. Though, they actually met in "bible-club", that means a club where people discuss about gospel and old testament (at the start of the 60's a club like that was a good way to find a partner, or at least these were the ideas of my mother's friends. Now we have pubs).
At the time, my mother went out with a university mate, a nice guy who wanted to take a master in legal medicine and used to show his work environment the girls he dated. He asked my mother, lots of times, if she was interested to see a city morgue, that explains why my mother preferred to come with her friends to the bible club the night my parents met.
My father liked her from the very first moment, because she reminded him of a Dostoevskij's character, Aglaja from "The Idiot" (a horrible start in my opinion). My mother thought he was a strange guy, too young for her (he was 20). Anyway, she was dated by a man who wanted to show her corpses, so she had no problems to give the "strange guy" her number when he asked her for it.
My father called her once a week, always on thursday, and they talked for a hour. She didn't like him so much, he was too young. She repeated this herself.
After a year of phonecalls, my father told her he had to leave for India. He would stay there two weeks. For two thursdays, while he was abroad, my mother didn't get any call from him. She missed him so much, she had to admit she was in love with him.
When my mother felt insicure, she used to say: "It's better if we make this over now. If we stay together for too long, it will be horrible when we part."
"Why should we part?"
"You'll surely leave me one day."
"I don't want to leave you..."
But she couldn't believe him. She was pessimist. My father is an optimist.
"You know what..." said he. "let's stay with me just one week more. And if you're still convinced that's better to part now, great, I'll leave you."
And when the week was over, he used to try again: "Ok, let's stay together a week more.."
My mother was glad to make this choice, this promise every week. This was for years. Week after week, my parents got married and they're still together, since 1973.
Though, I'm still avoiding bible clubs.